|
L'eco di Bergamo, 2 febbraio 2006 Il deserto nell'immaginario Alla voce "deserto" leggiamo, in un qualsiasi dizionario: "Area inadatta all'insediamento umano, del tutto o quasi disabitata, in cui non piove quasi mai, e il terreno è arido e non coltivabile". Va oltre questa definizione puramente geografica un piccolo volume intitolato Deserti guardati. Specchi dell'Occidente nel tempo (pp. 131, 12 euro), pubblicato da una casa editrice bergamasca, la Dalla Costa di Mozzo (sito Internet: www.dallacostaed.it). In queste pagine Mauro Minervini, docente liceale di Filosofia, affronta il tema dell'"immaginario desertico" nella cultura medievale e moderna, commentando diciassette opere pittoriche, partendo da una quattrocentesca Tebaide attribuita da alcuni critici al Beato angelico, passando per le diverse versioni delle Tentazioni di Sant'Antonio di Hieronymus Bosch, di Domenico Morelli, di Salvador Dalì, per giungere al paesaggio tunisino dipinto da Paul Klee in Davanti alle porte di Kairouan. Emergono, dalla riflessione su questi dipinti (a cui sono anche dedicate delle schede analitiche curate da Angelo Bonfanti e Marvi Breda), le diverse modalità con cui le immagini dei deserti hanno attraversato la sensibilità occidentale, finendo per significare, di volta in volta, "l'assenza dell'umano che promette Dio, l'abbraccio dell'esotico, il vuoto da paura". La modernità, è vero, ha tentato di addomesticare l'intero spazio terrestre: dai romanzi di Salgari ai B-movie di ambientazione esotica, alla proliferazione dei viaggi-avventura all inclusive, l'Occidente ha spesso ridotto le altre culture e luoghi alle rispettive "immaginette" - li ha ridotti alle sue fantasie, piuttosto che incontrarli veramente. E tuttavia, afferma Minervini, in questo caso l'assimilazione risulta forse più ardua, poiché "con il deserto c'è altro: appare del tutto diverso dalla disponibilità immediata di cose e parole e invece è trasformato solo in spazio, un contenitore da riempire. L'involucro vale spesso meno del suo contenuto, ma una scatola piena di sabbia sembra il trionfo dell'inutile. Il deserto pare non servire a niente, nemmeno a quei viaggiatori-esploratori che cercano posti senza trovarsi mai". In questa regione della perfetta estraneità, già Cristo era stato insidiato da Satana; e fra il III e il IV secolo anche Sant'Antonio Abate dovette resistere alle lusinghe e minacce che gli venivano rivolte da legioni di demoni. Dipingendo le tentazioni del Santo, il genio visionario di Bosch dà loro l'aspetto (come disse uno spettatore veneziano del Cinquecento contemplando le opere del pittore fiammingo) di stregozzi: di strane creature, metà cose e metà animali, indaffarate a portare scale, brocche, utensili, a demolire mura poco prima costruite, in una sorta di febbrile contro-produzione senza scopo. "Qui - leggiamo - la tentazione è quella più radicale, il vuoto di orizzonte in una costruzione claustrofobica di immagini, un vuoto pieno, la disperazione". Eppure il deserto, come luogo demoniaco, è al tempo stesso pieno dell'Assoluto: il mistico tedesco Meister Eckhart (1260-1328), proponendo una spiritualità dell'Entbildung, della rinuncia a ogni tentativo di rappresentare il divino, giungeva appunto a indicare Dio come "un mirabile deserto, che non ha tempo né luogo"; e solo così, nel suo "non essere né questo, né quello", Egli si proporrebbe come referente adeguato, non idolatrico, del desiderio infinito che alberga nella nostra anima. Si parla, in Deserti guardati, anche di una seconda opera di Bosch, San Giovanni Battista in meditazione, in cui, in primo piano accanto al protagonista, compare - simbolo infernale - una pianta mostruosa, coperta di spine. Nell'angolo destro del quadro, però, accanto alle radici secche del mostro vegetale, è un agnello, simbolo del Cristo: "Si tratta qui, ancora - conclude Minervini -, di quel nuovo inizio della storia dopo la natura già pensato da Agostino, un inizio che nel deserto, dice il Battista - nel vuoto, ex nihilo, si dice della Creazione - si prepara". Giulio Brotti
|